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Insieme al popolo, lontano dai razzisti e dal governo

 

 

Il presente documento è indirizzato a tutti i gruppi, partiti, associazioni e singoli intenzionati a partecipare alla manifestazione dell’11 novembre indetta dall’Anpi “Insieme. Un altro genere di sicurezza è possibile”. Pensiamo sia fondamentale instaurare un dibattito schietto e diretto fra i vari gruppi coinvolti, in modo da evitare il ripetersi ciclico di errori ed incomprensioni.

Questo comunicato vuole quindi rivolgersi primariamente agli addetti ai lavori, alla miscela più o meno eterogenea della sinistra con la quale interagiamo e collaboriamo da anni e nella quale riconosciamo le nostre radici storiche di gruppo e personali. Ci rendiamo tuttavia conto che provare ad essere di popolo significa proprio uscire dal terreno lacustre nel quale la sinistra si trova elaborando una strategia innovativa dal punto di vista delle pratiche, dell’aggregazione e della comunicazione.

Saremo anche noi in piazza l’11 novembre per dare un segnale pubblico e dal basso contro la xenofobia ed i fascismi, ma, per poterlo fare con serietà e credibilità, la nostra critica si deve scagliare in primis contro il governo italiano e l’Europa dell’austerità. L’antifascismo oramai è percepito come la foglia di fico di una sinistra incapace di trovare soluzioni ai problemi che essa stessa ha generato. La sinistra radicale, sociale, o di movimento non fa di meglio, autocondannatasi com’è a testimonianza storica ininfluente ed al costante inseguimento di partiti xenofobi come Lega Nord e Casapound, incapace di produrre un discorso politico autonomo.

Persa ogni speranza nelle masse popolari delle quali non comprende più il linguaggio, la sinistra lascia il terreno dell’articolazione politica alle destre populiste. Queste disegnano, attraverso un discorso nazionalista e suprematista un’opposizione popolo/elité ascrivendo l’italiano al campo popolare e lo straniero al campo dell’elité. Nell’ elité così descritta si confonde la grande finanza globale (senza volto), l’aristocrazia europea e l’immigrato – in quanto comunemente descritto come al di sopra della legge – privilegiato “strutturalmente” da un welfare anti-italiano e riconoscibile dal colore della pelle e dai tratti somatici.

La narrazione tossica operata dai media ed articolata in un discorso contro-egemonico da parte delle destre populiste, è talmente penetrante che oramai l’argomentazione del militante medio della sinistra è un balbettio insensato volto a coagulare le forze “democratiche” antifasciste contro la barbarie del popolo. Per la sinistra, il popolo è oramai preda della falsa coscienza propagandata dal nemico e dimostra tutta la disaffezione per le istituzioni rappresentanti lo status quo ogni qual volta diserta le urne in massa. Disconoscendo infine chiunque come legittimo erede della tradizione popolare ed operaia del secolo precedente, lasciandosi così sedurre dalla sirene del razzismo.

Pensiamo invece che la difesa ideologica dell’austerità e del libero mercato ad ogni costo da un lato, e l’ideologia razzista e fascista dall’altro, non siano contrapposte ma siano due facce della stessa medaglia e che si rafforzino mutuamente nel discorso politico. Entrambe sono il nemico perfetto l’una dell’altra perché non mettono in discussione l’elemento centrale del problema: la redistribuzione della ricchezza e del potere.
La globalizzazione economica e del mercato è stata caratterizzata, fino ad una decina di anni fa, da una cornice ideologica di progresso, mobilità, non solo del denaro e delle merci, ma anche degli esseri umani e da un superamento degli interessi nazionali in favore di istituzioni transazionali. Oggi la critica delle destre populiste alla globalizzazione è solo apparentemente rivolta alla globalizzazione del capitale ma essenzialmente indirizzata agli elementi ideologici di cornice a giustificazione di essa.

Pensiamo ai controlli sullo spostamento di capitali, merci e persone allo stato attuale. I primi sono praticamente nulli ed inesistenti, la finanza non è né controllata né tassata, i secondi sono scarsi e messi continuamente sotto attacco dai vari trattati di commercio intercontinentali (TTIP, CETA, etc.), i terzi sono il capro espiatorio sul quale si centra la critica da destra. I partiti liberali sono ben contenti di poter salvare i primi due pur di cedere ideologicamente sul terzo, che rappresenta un elemento che, tutto sommato, potrebbe favorire una nuova accumulazione di capitale grazie all’abbassamento dei salari che deriva dalla divisione dei lavoratori e dell’indebolimento e corruzione delle sue organizzazioni.

L’ex premier Renzi chiariva questo concetto un po’ di tempo fa dicendo che dovevamo gioire del fatto che i giovani ingegneri italiani fossero pagati la metà di quelli francesi e tedeschi: è una questione di competitività, attira capitali esteri. In risposta a questa affermazione il zelante dirigente leghista propone la sua ricetta di controllo della mano d’opera straniera, fatta di rafforzamento dei confini, patti coi diavoli d’oltre mare, blocchi navali, clandestinità, CIE e segregazione razziale. Apparentemente votato alla tutela dei lavoratori autoctoni contro gli stranieri, ma producendo le stesse condizioni di possibilità di un nuovo livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro: è una questione di competitività avere una massa di popolazione priva di diritti.

Il disinteresse di Salvini e amici per una reale distribuzione della ricchezza si dimostra non solo nelle aule dei tribunali, dove il suo partito viene condannato per il furto di 50 milioni di euro di denaro pubblico, ma anche nel suo programma elettorale, in cui viene proposta una tassazione unica al 15% che si scontra con ogni principio di progressività, alla basa della redistribuzione della ricchezza.

Il documento di convocazione della manifestazione dell’11 novembre restituisce un’analisi nella quale le responsabilità della crisi globale scompaiono. La crisi sembra arrivare dal cielo prescindendo dalle scelte dei governi italiani ed europei degli ultimi 40 anni. La piena accettazione dell’ideologia del libero mercato, il ritirarsi dello stato dai settori strategici dell’economia, la privatizzazione del welfare è una scelta politica e non tecnica.

Il Partito Democratico si è assunto con i propri governi, di applicare i dettami dell’agenda Troika, compito assolutamente incompatibile con un processo di redistribuzione di ricchezza verso le classi popolari. Esso è il partito maggiormente responsabile delle più odiose riforme degli ultimi anni, dalla Buona Scuola, al Jobs Act, alla riforma Fornero delle pensioni, al codice Rosa che hanno peggiorato le condizioni lavorative, economiche e sociali di ampie fasce della popolazione. Il PD ha foraggiato poi banche private e cantieri per grandi opere inutili ed è stato sistematicamente coinvolto in scandali di collusione e corruzione . Inoltre, se da una parte taglia i diritti fondamentali dei lavoratori dall’altra applaude Farinetti e Marchionne, imprenditori noti per la dura gestione della forza lavoro e per il livellamento verso il basso delle condizioni contrattuali.

Intendiamoci, il problema non è la base di questo partito o qualche ultimo solitario che prova, da dentro, ad invertire la rotta, ma il gruppo dirigente che lo rappresenta. L’errore dei gruppi che si vogliono alternativi al partito di governo è dimostrare di essergli culturalmente subordinati ogni volta che si appellano alla logica del campo “democratico antifascista” contro la barbarie xenofoba. Noi vogliamo costruire un fronte che sia sì democratico ma che abbia al centro della propria azione la costruzione del potere popolare.

Il tema è riuscire a riconnettersi alle classi popolari, oggi sul tema della sicurezza, ma in generale per ricostruire un principio di solidarietà ed unione. Per poterlo fare è condizione necessaria, ma non sufficiente, essere credibili e criticare senza indugio il partito di governo, sia sulle scelte per le politiche migratorie e di ordine pubblico come il decreto Minniti, sia per il ruolo centrale avuto nell’applicazione delle politiche d’austerità.

Il Decreto Minniti è un balzo indietro che non migliora la precedente legge Bossi-Fini sull’immigrazione ma ripropone vecchie soluzioni securitarie a scapito dei diritti fondamentali di ogni individuo.
Il problema è l’idea di base di questa legge, la correlazione tra immigrazione e sicurezza. Un approccio che presta il fianco a una strumentalizzazione razzista e xenofoba del fenomeno migratorio.

Per entrare nello specifico il decreto prevede l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari (CPR) e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.
La nuova legge costringe chi lavora nelle strutture di assistenza a comportarsi come un pubblico ufficiale, minando il rapporto di fiducia con le persone assistite.

L’ 11 novembre vogliamo parlare a tutti quelli che verranno in piazza – e a chi avrà voglia di ascoltarci – per dire che una contro manifestazione “antifascista” non serve a nulla, se non a rincuorarci e a dirci che abbiamo fatto il nostro dovere storico. Dobbiamo costruire presenze fisiche sul territorio ed attività di solidarietà e mutualismo, mentre costruiamo un pensiero e pratiche contro-egemoniche in grado di disegnare un cultura politica ed un’idea di città e dell’Italia alternative al blocco liberista e a quello xenofobo.

 

Art Lab Occupato
06/11/2017