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Ci vogliamo vive!

538d203d52d8fe515f5e78faa20342e4Ci troviamo a vivere in un periodo storico complesso e controverso. Le politiche sociali si inaspriscono, tra noi e le nostre libertà (di scelta, di movimento, di espressione) s’innalzano muri, i media di tutto il mondo sono sempre più complici di governi che fomentano odio e terrore nei confronti del diverso. È questo il clima in cui continua a proliferare una cieca violenza che si abbatte contro i/le più deboli; è questo il terreno fertile in cui continuano a svilupparsi atteggiamenti razzisti e sessisti, di fatto: fascisti.
Risale allo scorso dicembre la notizia della morte di Gabriela, “colpevole” di un rifiuto, e di Kelly, “vittima collaterale” della violenza di un uomo che non riusciva a concepire la possibilità di non possedere Gabriela. La storia si ripete praticamente nello stesso modo a un mese di distanza, per Arianna, uccisa dal suo ex compagno che si è poi tolto la vita.
Questi femminicidi sono avvenuti qui a Parma, e sono solo l’ultima manifestazione della violenza machista insita nella nostra cultura, una cultura del possesso figlia della concezione tipica dell'”amore romantico” secondo la quale la propria realizzazione avviene solo attraverso l’annullamento di sé nell’altr*. I nostri corpi non sono realmente “nostri”, le nostre esistenze non hanno valore se non ci identifichiamo in una coppia, se non costruiamo le nostre vite secondo il canone eteronormato.
“Se le nostre vite non valgono, allora non produciamo” è infatti il motto col quale le donne sono chiamate a scendere in piazza l’8 marzo, in occasione di uno “sciopero globale di donne” promosso dalla rete “Non una di meno”. La marea che ha invaso le strade e le piazze di Roma lo scorso 26 novembre si propone così di continuare il percorso di denuncia della “violenza come fenomeno strutturale della società, strumento di controllo delle nostre vite”, un percorso che è passato attraverso i tavoli di lavoro e le assemblee che si stanno continuando a svolgere in diverse città d’Italia. I punti focali delle nostre rivendicazioni sono chiari: l’abbattimento della disparità salariale; il diritto alla retribuzione del lavoro domestico e di cura e la sua ridistribuzione a tutti i livelli della società così che non resti legato alla figura femminile; la lotta contro il femminicidio come espressione concreta degli atteggiamenti machisti che attraversano trasversalmente la nostra società; il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito, che viene costantemente messo a rischio e calpestato da politiche governative come l’abominevole legge 194 che, attraverso il suo Articolo 9 difende l’obiezione di coscienza, o come quella attuata dal neopresidente statunitense Donald Trump, che questo 23 gennaio ha firmato un atto volto a tagliare i fondi federali a tutte le associazioni internazionali che praticano procedure abortive o che forniscono informazioni in merito. Ciò s’inserisce in un più ampio progetto che, di fatto, limita la libertà di accesso alle prestazioni sanitarie (il programma politico di Trump prevede, infatti, anche l’abolizione dell'”Affordable Care Act” – che, tra le altre cose, prevedeva la copertura dello stato per le misure contraccettive e per le prestazioni prenatali – e il taglio dei fondi statali all’associazione “Planned Parenthood” che da anni si occupa di aborto, prevenzione e aiuto al concepimento). Questo è ciò che ha mosso milioni di donne a marciare, in diverse città del mondo, con la “Women’s March”. Nonostante le critiche mosse a questo evento e le criticità evidenziate (l’accusa di “scarsa inclusione” nei confronti di donne non-bianche e di sex workers, la presenza di alcuni gruppi religiosi, l’identificazione dell'”ascesa delle donne” con l'”ascesa della nazione”), appare comunque evidente che alcune istanze e rivendicazioni femministe stanno iniziando ad essere percepite come prioritarie a livello globale.
Allo stesso tempo, dall’altra parte del mondo, in Russia questa settimana la Duma ha presentato la proposta di decriminalizzazione della violenza domestica perché, come sottolineato dalla Chiesa Ortodossa, “legata a un diritto dato da dio a un giusto e amorevole uso delle punizioni corporali”.
Non è più possibile ignorare il ruolo che la cultura machista e patriarcale ha nella nostra società, in tutti i suoi contesti, come dimostra anche ciò che ha subito Claudia, vittima di uno stupro sempre qui a Parma del quale ci siamo ritrovat* a parlare negli ultimi mesi.
La morte non è solo quella fisica, delle vittime di femminicidio, ma anche quella che passa attraverso l’isolamento e il giudizio che subiscono le vittime di stupro, sistematicamente giudicate per la loro condotta che “può aver favorito o istigato” la violenza stessa.
Perché nessuna sia mai più costretta a subire sulla propria pelle le dirette conseguenze della violenza machista non possiamo che opporci, scendere in piazza e gridare finché ce ne sarà bisogno: NON UNA DI MENO.

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