anomaliaparma.org >> informazione in movimento
Clean pc spy monitoring software free I the gps vehicle tracker free said you. I spy fox for android sort film http://spyworldmedia.com/extreme-call-blocker-invisible-crack-x0/ day yes.

«

»

Ni una menos, ni una más

15168871_1233983916645514_3620762257543515872_oSabato 26 novembre a Roma eravamo in duecentomila a urlare “NON UNA DI MENO!”: un grido collettivo contro la violenza machista. Questa rivendicazione nasce dall’esigenza di dire basta al femminicidio, una necessità che ha origine oltreoceano, in Latinamerica, dove in paesi come l’Argentina ogni 30 ore una donna viene assassinata. La prima manifestazione “Ni una menos” ebbe luogo in contemporanea proprio in numerose città argentine il 3 giugno 2015 e ad essa ne seguirono moltissime altre, anche in altri stati del Sud America: in Cile, Uruguay, Perù e Messico, e poi nel resto del mondo fino a giungere a Roma.
La manifestazione di sabato, promossa da “Rete Io Decido”, “D.i.Re. – Donne in Rete Contro la violenza” e “UDI – Unione Donne in Italia”, ha visto una larghissima adesione e un’enorme partecipazione. Il corteo, che ha attraversato le vie del centro di Roma, è stato animato da cori, balli, musica, poesia e performance artistiche. A tenerci col naso all’insù numerosissimi cartelli dalle scritte più originali e disparate: “La mia favolosità non è un invito a commentare”, “Se non te la do, non te la prendere”, “Siamo le streghe che non siete riusciti a bruciare”, “L’amore non è possesso, appartieni solo a te stess*”, “La rivoluzione sarà femminista o non sarà”, e se ne potrebbero elencare moltissimi altri.

Si è trattato di un amalgama variegato, di un insieme di composizioni politiche – associazioni, collettivi, CAV, realtà di movimento transfemminista, queer, lgbti (e non solo), ma anche singoli e singole, e molti altri – e la scelta è stata, sin dal principio, quella di costruire una piazza quanto più eterogenea possibile, che mettesse in luce i contenuti e non i colori o le casacche di appartenenza.
Merito proprio dello spezzone transfemminista queer quello di aver portato in piazza le rivendicazioni di una lotta alla “violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere”, istanze che troppo spesso vengono ignorate e dimenticate e che per noi rappresentano la radice stessa della violenza di genere. Tale violenza nutre e viene nutrita (dal)la centralità che assume l’identificazione in una “coppia” (etero o eteronormata), nella concezione tipica dell’”amore romantico” che la realizzazione di sé avviene solo nell’annullamento di sé nell’altro, nella simbiosi e nell’esclusività; tutti concetti che provocano e legittimano la violenza. Chi trasgredisce la norma è costantemente vittima di una violenza che si scaglia contro le soggettività non eteronormate per il semplice fatto di esistere, e viene continuamente ricondott* all’”ordine”.
Un’altra realtà che ha animato il corteo è stata quella delle donne kurde: l’applicazione dello Stato d’emergenza messo in atto da Erdogan e dall’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) in Turchia dopo il tentato golpe dello scorso 15 luglio ha inasprito le forme repressive nei confronti dell’opposizione, con un ovvio conseguente aumento della violenza contro le donne. Le donne kurde si sono simbolicamente unite, con la loro presenza, alle migliaia di donne che nelle settimane passate sono scese in piazza per protestare contro una proposta di legge ignobile che avrebbe depenalizzato il reato di stupro (in un paese dove il numero di spose bambine e di medici obiettori è già molto alto e continua ad aumentare) e per la riapertura del KJA (Congresso delle Donne Libere, chiuso dal Ministero degli Interni turco il 12 novembre).

Sebbene questo sia stato definito “il più grande corteo femminista dopo gli anni settanta” la copertura mediatica ha disatteso le aspettative: la maggior parte dei media tradizionali, tra giornali e televisione, ha riservato alla manifestazione uno spazio irrisorio, insufficiente a raccontare una giornata che ha visto protagoniste donne (e solidali) di diverse età, provenienza, appartenenza, unitesi per denunciare la violenza machista che attraversa trasversalmente la nostra società e che, di fatto, mina l’autonomia di tutti i corpi che la compongono. Così come i numerosi casi di violenza (in Italia, secondo i dati Istat del giugno 2015, 6 milioni 788 mila donne hanno subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale, nella maggior parte dei casi da un familiare o una persona con cui la vittima ha avuto una relazione) che vengono, in un certo qual modo, minimizzati dai media attraverso titoli, linguaggi e punti di vista che tendono a giustificare l’aggressione e a colpevolizzare la vittima, il modo in cui questa manifestazione è stata oscurata – nel migliore dei casi perché incompresa – non può che renderci chiaro il fatto che la violenza di genere non è una priorità, e l’insufficienza di una misura come quella del “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, adottato dal governo a partire dal 2015, si dimostra indicativa. Ma comunque questo silenzio mediatico non stupisce: si tratta di un atteggiamento in coerente continuità con il ruolo che le istituzioni hanno nella produzione di violenza di genere. Risale a soli due mesi fa la sfortunata campagna di marketing concepita dal governo in carica sul “Fertility Day” – una giornata per ribadire che la fertilità e la maternità sono un bene comune obbligatorio –, che si arroga, di fatto, il diritto di decidere sui nostri corpi attraverso immagini e slogan, peraltro, stereotipati ed eteronormati (“La bellezza non ha età. La fertilità sì”; la foto di quattro piedi coperti da un lenzuolo, che richiamano una coppia nella posizione del missionario; l’immagine di una buccia di banana afflosciata per minare l’orgoglio virile del macho italiano!). Questo è lo stesso contesto in cui la percentuale dei medici obiettori varia dal 67% nel Nord del paese all’80% nel Sud, e l’iter che una donna deve seguire per effettuare un’interruzione di gravidanza si tramuta in una corsa a ostacoli (con un incredibile dispendio di tempo, soldi ed energie), oltre a rappresentare una gravissima negazione del diritto alla salute e alla libera scelta. Lo stesso contesto nel quale si continua ad attuare politiche securitarie in difesa delle “nostre donne”, che vanno protette dal barbaro straniero: ancora una volta la donna diventa una patria da difendere, una terra di conquista, in nome della quale si combattono guerre che mai ci appartengono.
In una situazione drastica come quella attuale, dove la cultura del possesso è radicata nella società finanche nella nostra stessa cultura, un piano d’azione è necessario. Non deve, però, trattarsi solo di una mera repressione del fenomeno del femminicidio, quanto più di un’azione radicale su più livelli – a partire da una lavoro capillare nelle scuole attraverso un’educazione sessuale, all’affettività e alle differenze obbligatoria, passando per l’eliminazione dei gruppi pro-life che negli ospedali mantengono un posto privilegiato (rendendo difficili quando non impossibili i procedimenti di IVG), fino a impedire che realtà come quelle dei Centri antiviolenza vengano neutralizzate e dismesse.
Non dovremmo limitarci a gridare “Non una (donna) di meno” ma dovremmo affermare con forza e rabbia: “Non una (violenza) di più”!

Altrettanto partecipati sono stati i tavoli di lavoro della domenica seguente, attraversati da più di un migliaio di attivist*, culminati in un’assemblea plenaria che ha messo in luce ed individuato i macro temi sui quali confrontarsi e dai quali partire per la stesura dal basso di un piano anti-violenza e ha accolto proposte e idee su una diffusione territoriale delle pratiche partecipative di progettazione. Il percorso del 26 novembre continuerà con gli appuntamenti che verranno di volta in volta lanciati per proporre – come recita uno dei comunicati presenti nel blog “Non una di meno” – un “Piano Femminista contro la violenza di genere” e per “aprire un processo di mobilitazione ampio che tocchi tutti gli aspetti dell’autodeterminazione femminile”. La plenaria ha deciso dunque, come primo passo, di aderire a un appello nato in Argentina per l’8 marzo prossimo per la costruzione di uno sciopero transnazionale di donne.
Sebbene sia difficile immaginare come tante realtà, così diverse e talvolta inconciliabili, possano procedere congiuntamente verso la medesima causa, questa manifestazione ha dato visibilità a uno e più problemi (aventi la medesima radice: il patriarcato) che sono evidentemente comuni a tutt*.